Discos y musica de Franklin Delano

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QUE PIENSAN DE ESTE DISCO

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ONDAROCK

I Franklin Delano, base a Bologna, sono inizialmente formati da Paolo Iocca (voce e chitarra acustica), Marcella Riccardi (seconda voce e chitarra già in Massimo Volume, Marsela, La Spina, Minimo Volume e pure “Infrantumi” degli Starfuckers) e da Marcella Burattini (batteria storica dei Massimo Volume). Le lunghe, involute, sonnolente meditazioni del loro primo “All My Senses Are Senseless Today” (Zahr, 2004), per quanto debitrici di Slint, June Of 44 e degli stessi Massimo Volume, sono nuovi colossi del rock italico. “Like A Smoking Gun In Front Of Me” (Madcap, 2005) tende a maggiore accessibilità e pone tocchi di Wilco, Grant Lee Buffalo, desert rock e Califone, e annovera gioielli come la coda di “Please Remember Me” (susseguirsi di accordi paradisiaci che muta in distorsione satanica fino a frantumarsi sotto i colpi della Burattini) e di “Call It A Day” (un drone laser che inghiotte la canzone e la trasforma in pura radiazione nel giro di tre minuti), oltre a una nuova versione della lenta autoflagellazione di “Your Perfect Skin Lines”, come episodi di personalità creativa in divenire.
Con “Come Home” i Franklin Delano ricominciano daccapo. Di nuovo con Brian Deck (già Red Red Meat e Califone, oltre che produttore di successo per Iron & Wine, Modest Mouse e collegati) - mago dei conguagli sonici della loro “Smoking Gun” - la band perde il fondamentale apporto della Burattini, e acquista Lucio Sagone dei Ronin alla batteria, Marcello Petruzzi dei Caboto al basso, Vittorio Demarin aka Father Murphy a violino e tastiere, e Michele Sarti a percussioni e glockenspiel, oltre a una nutrita serie di partecipazioni esterne. L’album nel caso migliore suona come un edulcorato diario di viaggio (conseguente al tour americano del 2005) basato su un country-roots melodico e bonario, pure distante dalle desertificazioni dei due album precedenti. “Dead Racoon”, la traccia più emblematica, attacca con arpeggio doo-wop e chiude in modo vagamente corale à la tardi Jackie O-Motherfucker (così come la chiusa vera e propria, l’inno zuccheroso di “No Man’s Land”). “I Am A Cow” è una ballatona country che si circonda di chitarra, fiddle in piena regola traditional, percussioni e organetto. “Eight Eyes” è una canzone generica mascherata da desert-blues (vagamente presente nell’ intro ) con contrappunto di chitarra.
La chitarra della Riccardi è anzi protagonista nel riff a due di “Your Demons”, e nella sua continua decorazione che attraversa chorus armonizzati, crepitii distorti e marcette para-orchestrali. “Scalise” è la melodia migliore (su basso r’n’b) e “Motel Room” dischiude soundscape noise (quasi l’Earth di “Hex”), chitarra in dissolvenza, contorni fatati, canto loser e chiusa ardita a base di sfacelo free-rock. Con “I Know My Way” tra impostazione Motorpsycho e ottoni philly, si ritorna all’imbarazzo stilistico (Tin Pan Alley o Elephant6?), e con lo scialbo rodeo di “Night Train” (pur nel suo scimmiottare i Creedence di “Ramble Tamble”) e il nuovo passo doo-wop di “Unaware” si lambisce persino l’anonimato.
Escluse “Your Demons”, piccolo esempio di aggiornamento roots, e l’intro sospesa di “Motel Room”, non è chiaro di chi sia quest’album. Non dei Franklin Delano, ridotti a una coppia Iocca-Riccardi quasi sanremese (nei due dischi precedenti era la band ad annullare le canzoni, qui avviene il contrario); non dell’ingombrante produzione di Deck che pare un rientro pomeridiano per i più duri di comprendonio (ebbene sì, c’è proprio lui alla regia!); non degli ospiti, tanti, troppi, e talvolta poco opportuni (interni o esterni che siano); non dell’ascoltatore, ammesso che non ci sia di mezzo un certo gusto sadico per le minestre riscaldate. Emancipazione e cosmopolitismo sono concetti leggermente diversi.

Michele Saran

 

POPPERS MAGAZINE

Il cambiamento benevolo dell'introspezione irrazionale, l'esigenza di riportare a vecchi fasti l'incoraggiamento di un desiderio chiamato libertà d'espressione, levigata originalità di intenti che riporta a generose generosità d'intelligenza massimale, energetica e quanto mai dispersiva voglia di regalarsi qualcosa di raramente intuitivo, di unicamente emarginato dal resto di un mondo vibrante, che sembra non accettare più di tanto il riconoscimento di una passionalità biblica.

 

ROCKIT

Input. Arpeggio. Basso e batteria. Banjo e glockenspiel. Echi in lontananza. Non solo una ballata folkish. “Come Home” si apre con una canzone omonima che ne disegna la Musa ispiratrice e le coordinate stilistiche. “A mountain is a mountain”, canta soffice Paolo Iocca. Ai suoi piega la classica aggrovigliata indolenza rumoristica in favore di una maggiore apertura melodica. E’ lei la Musa. I Franklin Delano ripartono da “Remember Me” del precedente “Like A Smoking Gun In Front Of Me” (MadCap/File13, 2005). Laggiù per la prima volta la melodia capitolava in maniera evidente nel songwriting; oggi invece è il songwriting che la esplora e la cerca. Curandola in mezzo agli affetti alt-country e folk e rock che gli arrangiamenti di volta in volta esaltano.
La testa è sempre persa nell’America. Il cielo crivellato di stelle che se prima hanno indicato il percorso, ora cadono e attraverso il finestrino entrano nel furgone della carovana italiana che attraversa gli States. Esprimi un desiderio. Gente come Brian Deck (Modest Mouse, Iron & Wine), che ancora una volta produce quest’album agli Engine Music Studios di Chicago e regala la sua maestria dentro e fuori gli strumenti. Ospiti? Elenchiamoli subito: Jim Becker (Califone), Fred Lonberg-Holm (Flying Luttenbachers), Josh Berman (Exploding Star Orchestra), Nick Broste (Wilco). Uniti alla nuova formazione – alla batteria Lucio Sagone (Ronin e Uncode Duello), al basso Marcello Petruzzi (Caboto) e alla viola, organo, piano, rhodes, glockenspiel, percussioni ecc. Vittorio Demarin (Madcap) e Michele Sarti – creano un team davvero di primo livello.
“Come Home” esiste infatti di per sè. Grazie alle sue canzoni, il cui respiro finalmente si apre e s’esprime appieno. Non più arrotolato come un gomitolo di lana nera grezza; bensì tessuto attorno alla taglia di un potenziale ascoltatore a cui regalarsi. I Franklin Delano abbandonano certe posture slow-core e certe atmosfere dark in favore di una fiamma pop che illumina l’ambiente attorno e risalta l’abilità di Iocca nello scrivere canzoni. Senza più Vittoria Burattini (ex Massimo Volume) ai tamburi, lo ritroviamo con Marcella Riccardi profondamente cresciuti e consapevoli della direzione intrapresa. Non più l’accento sui drones e sulle colate psichedeliche; quelle creavano il deserto attorno. Oggi i Franklin sembrano quasi più interessati a musicare la bellezza del viaggio e dei territori visitati. Bravi, entusiasti, comunicativi: “Cuz I don’t like depression, do you?”. Basti a tal proposito ascoltare “I Know My Way”, manifesto dell’album. Mentre si canta “Wait for me, girl / I’m coming home / I’ll be there before the dawn”, echeggiano trombe, glockenspiel, chitarre acustiche, cori gospel, anima soul, e lo spirito di James Brown si colora di bianco in un miscuglio quasi alcolico di inconsueta brillantezza. Persino in brani come “Motel Room”, dove il trip si fa di psichedelia notturna, non vengono a mancare la ricerca della melodia; e in “Night Train”, dove l’amore per il country non dimentica i propri umori noisy, non si è mai distanti dalla chiave pop.
I Franklin Delano stanno dunque compiendo al massimo voltaggio il loro viaggio nella scoperta delle radici di quell’America musicale che li affascina. Un viaggio per ora pressochè solitario che non può creare ponti critici o punti di contatto con la musica italiana, ma che apprezziamo per la credibilità con cui viene compiuto. Non è facile, non è per tutti. Go west, Mr. Franklin, and come home soon.
Carlo Pastore

 

ROCKLAB

Il terzo album di una delle band più importanti del panorama italiano si apre con una bellissima canzone dai toni folk capace di disegnare subito la direzione che l'album vuole prendere, dolcemente evocativa, soavemente pop, malinconicamente rivolta all'Oltreoceano, acutamente tradizionale.
'Come Home' segna un solco all'interno della produzione Franklin Delano, precedentemente più vicini a sonorità slow core tardo anni '90 e a certo alt country a tinte cupe, definendo un sound intelligentemente vario, molto ben curato, grazie alla mano esperta di Brian Deck e ad un pugno di ospiti veramente da sogno (Nick Broste dei Wilco, Jim Beker dei Califone, Fred Lonberg-Holm dei Flying Luttenbachers tra i principali).
Gli arrangiamenti e le scelte sonore sono infatti la caratteristica più felice di questa ultima fatica targata FD; ottoni, archi, chitarre acustiche, cori soul e molto altro vanno a tracciare un album di pop (lievemente) deviato da finali dirompenti, improvvise dilatazioni oniriche e delicati intermezzi acustici.
La produzione di Deck, anche se un po' patinata, è complessivamente efficace, lascia spazio ad un songwriting visibilmente denso di studi e ricerche sulla tradizione sonora americana, convinzione che va via via avvalorandosi ad un secondo ascolto e procedendo per brani.
Si va dalla folkish "Come home" alle dilatazioni di "no man's land", memori di quello che i nostri sono stati e continuano in qualche modo ad essere, dalla solidità di "night train" ai divertimenti di "scalise", passando dalla delicatezza tradizionale di "i am a cow".
Giudizio più che positivo, quindi; se doveva esserci una svolta, allora possiamo dire che i Franklin Delano hanno centrato il bersaglio.

Andrea Gezzi

 

ROOTSHIGHWAY

Ci eravamo accorti della non comune progettualità dei Franklin Delano fin dai loro esordi, una proposta musicale coraggiosa, differente, non solo per i suoi contenuti musicali, ma anche per la capacità di gettare una sfida ai propri punti di riferimenti artistici, mettendosi in gioco direttamente con le fonti. Così infatti accadde in occasione delle registrazioni del precedente Like a Smoking Gun in Front of Me, prodotto da Brian Deck (Califone, Modest Mouse, Iron&Wine) negli studi di Chicago, e così si è ripetuto pochi mesi fa per la realizzazione del terzo lavoro di Paolo Iocca (voce e chitarre) e Marcella Ricciardi (chitarre, organo, voce), anima storica della formazione bolognese. Ancora una volta ci ritroviamo ad applaudire un disco che ha personalità e slancio per uscire da una semplice imitazione dei modelli americani, pur evidenti. E' l'impianto sonoro, l'attenzione ai dettagli, la ricerca negli arrangiamenti a rendere Come Home un prodotto internazionale, ancora una volta messo in secondo piano soltanto per un gioco un po' provinciale di valutazione. Anche noi arriviamo in ritardo sulla notizia e quindi ci prendiamo le nostra parte di colpa, ma tentiamo di rendere giustizia raccontandovi di undici canzoni che sprizzano inventiva, facendo di Come Home uno degli esempi più riusciti di commistione fra radici e attitudine indie-rock ascoltati di recente. Fa piacere che a realizzare questo incontro siano stati musicisti italiani, allargati per l'occasione dal banjo di Jim Becker (Califone) e dai fiati di Nick Broste (già collabortore dei Wilco) e Josh Berman. Le canzoni però portano la firma dei Franklin Delano, mai come in questa occasione così eclettici e disponibli ad assorbire ogni stimolo della loro amata tradizione americana. Come Home è infatti disco dalle movenze immediatamente più elettriche, speranzose e "pop" rispetto ai precedenti, non necessariamente il migliore, senza dubbio il più colorato e aperto alle diverse anime della band. Effetto forse di un riassetto della line-up, che ha visto l'abbandono di alcuni membri storici come Vittoria Burattini e l'innesto di Luicio Sagone, Vittorio Demarin e Marcello Petruzzi. Fatto sta che le fondamenta desert rock e psichedeliche, che caratterizzavano i predecessori, si mantengono oggi sullo sfondo, seppure ben individuabili (vedi il finale di Eight Eyes), lasciando maggiore spazio di manovra ad un suono rotondo (Your Demons), impastato di radici, di alternative country (Come Home, I Am a Cow, il delizioso ciondolare di Unaware) e baldanzoso rock'n'roll. Su quest'ultima tentazione i Franklin Delano offrono il loro volto più scanzonato e istintivo, aggiungendo più mordente al disco grazie alla festa r&b di I Know My Way, alle sbilenche ritmiche funky di Scalise, entrambe arricchite dai fiati, sino al trascinante garage blues di Night Train. Come si dice in questi casi, e per una volta tanto senza la paura di scadere nei luoghi comuni: una bella prova di maturità

Fabio Cerbone

 

SENTIREASCOLTARE

(recensione della settimana)
Nemmeno il tempo di veder maturare i frutti del secondo album, quel Like A Smoking Gun In Front Of Me che riuscì nel piccolo miracolo di aprire le porte dorate degli States, che per i Franklin Delano è già ora di ripartenze, in tutti i sensi. Anzitutto, un ulteriore cambio di line-up: fuori Vittoria Burattini (e con lei tutte le ombre della Massimo Volume connection), dentro Lucio Sagone (Ronin, Uncode Duello), accompagnato al basso da Marcello Petruzzi (Caboto), più Vittorio Demarin (direttamente dalla fucina Madcap) e Michele Sarti ad aggiungere preziosi ingredienti all'amalgama con viola, organo, piano, rhodes, glockenspiel, percussioni e quant'altro. Poi, di nuovo alla volta di Chicago per ritrovare Brian Deck e Jim Becker, che per l'occasione hanno tirato dentro signori ospiti come Fred Lonberg Holm dei Flying Luttenbachers e Nick Broste, già dal vivo nientepopodimenoche con i Wilco.
Come Home, che peraltro segna il passaggio dei bolognesi alla Ghost Records, funziona. Non soltanto perché grazie ai nuovi arrivati i brani letteralmente respirano (sentite un po' l'interplay nella title track e in Scalise, o i ghiribizzi di batteria in Motel Room - tra Lou Reed e Wilco). E nemmeno soltanto - oddio, forse sì - per il valore aggiunto dai guests, dagli strepitosi arrangiamenti di fiati di Broste (su tutti quello di I Know My Way, tra country e soul) al banjo di Becker, fino al lavoro di Deck dietro la consolle, per un suono sobrio e mai patinato.
Il disco funziona perché Paolo Iocca ha voluto fare un azzardo. Saltare con entrambi i piedi nel territorio della canzone americana è mossa assai rischiosa, specialmente se giochi fuori casa e maneggi materiale scottante, che non ti appartiene se non per i dischi che hai ascoltato. E intanto, I Am A Cow è un walzer country che più traditional non si può, Unaware sa addirittura di old time music e vaudeville, Come Home si basa giro armonico tra i più classici dell'americana. Non che certe velleità psych siano sparite del tutto, vedi i rimasugli di drones nella citata Motel Room, o le sospensioni della finale No Man's Land, o in generale tutto il lavoro di Marcella Riccardi sulle chitarre, con un piede nel blues e l'altro nel noise. Ma il vero asso nella manica è il songwriting, mai tanto melodico (Eight Eyes, tra Lennon e Pavement, o Your Demons, un santino Wilco che tuttavia si fa perdonare la vicinanza a Jesus Etc. di Tweedy e co.) e centrato nei riferimenti (il cow-punk macchiato di Velvet Underground di Night Train).
Se è vero che la fortuna giova agli audaci, la scommessa è vinta. (7.3/10)

Antonio Puglia

 

SODAPOP

Non c'è bisogno di presentazioni, in campo di cantautorato indie rock le quotazioni dei Franklin Delano, già altissime, si riconfermano dopo questo Come Home. Raramente capita di ascoltare un gruppo che fa dei suoi riferimenti e influenze un punto di forza, e che sa perfettamente come condurre e maneggiare un genere musicale. Detto ciò, è ascoltando questa band che il pensiero va subito alle migliori pagine dell'indie rock americano. E' in america (precisamente a Chicago), infatti, che la band bolognese ha registrato e missato l'album, come a conferirgli un imprinting indelebile. Tutto è al posto giusto, a cominciare dalla superba voce del cantante chitarrista Paolo Iocca, calato perfettamente in quella parte che poi è l'essenza di un Jeff Tweedy o David Berman, o fate voi. Ottimo pure l'apporto di Lucio Sagone (Ronin, Uncode Duello) alla batteria e Marcello Petruzzi (Caboto) al basso. Senza dimenticare una nutrita ospitata che va da Jim Becker dei Califone a Nick Broste dei Wilco. E, forse, anche per questo che che tutto ciò non risulta in qualche modo posticcio. Qui l'aria roots si respira ed è viva. Il fatto poi che preferivo il precedente Like a Smoking Gun In Front Of Me (più acerbo, più strano) è solo un discorso di preferenze personali. Inevitabili e in qualche modo ingiusti i paragoni con i pur bravi Midwest, ma l'american rock band based in Italy resta per ora una sola. Stavo pensando come la Ghost records stia piano piano crescendo, erodendo terreno ad una comunque rifiorita Homesleep. Sicuramente la label di varese gioca molto bene le sue carte. Indovinate un po' per chi hanno firmato recentemente i Canadians? Domanda retorica.

Marcello Ferri

 

TAXI-DRIVER

I Franklin Delano sono tra le band più atipiche presenti nel suolo italico. Innamorati dell'alternative country, la band di Paolo Iocca ci fa immaginare che esista un deserto gigantesco al centro dell'Emilia Romagna. Sospesi tra quella musica "alternativa" che prende a piene mani dal folk rurale statunitense mescolandola con rumore, chitarre spesse e melodie sbilenche come fecero i Gun Club, come continuano ad esplorare i Wilco.
In realtà questo "Come Home" è il primo disco dei NUOVI Franklin Delano. Formazione ritoccata e allargata, ospiti importanti, produzione perfetta e internazionale, arrangiamenti ricchi e colorati. C'è chi storce il naso di fronte a tanta opulenza, come se i nostri fossero diventati una band pomp-rock (ma dove??), in realtà "Come Home" è il disco della maturità artistica, di cui i musicisti devono andare fieri per aver realizzato un prodotto pregno di sfumature e intuizioni degno di sfidare prodotti "made in USA".
Auguro ai Franklin Delano di trasferirsi negli Stati Uniti per guadagnare una vera reputazione tra le band del genere. Ora come ora rimangono una strana entità guardata con sospetto dal prevenuto pubblico tricolore e non se lo meritano proprio...
Canzoni significative: No Man's Land, Eight Eyes.

[Dale P.]

 

2NIGHT

Il nuovo disco dei Franklin Delano "Come Home" uscito per Ghost records sta già raccogliendo numerosi commenti entusiasti, che riconoscono l'assoluto valore internazionale di questo gruppo a cui lo Stivale va troppo stretto da tempo.
Il disco parla di America fin dalla copertina, di un'America che è nel loro immaginario culturale e nel reale artistico, visto che al disco hanno partecipato alcuni dei nomi di assoluta grandezza nel panorama indipendente d'oltreoceano : Jim Becker (Califone), Josh Berman (Exploding Star Orchestra), Nick Broste (Wilco), Fred Lonberg-Holm (Flying Luttenbachers) come ospiti, per non parlare della produzione di Brian Deck (già nei mitici Red red Meat e produttore di Modest Mouse, Iron & Wine, i vecchi Rex,i grandiosi Him). Franklin Delano corre sulla stessa strada polverosa con i nuovi compagni di viaggio e viene voglia di seguirlo, magari su una vecchia cadillac decappottabile. Rossa.

 

VITAMINIC (artista della settimana)

Avevamo lasciato i Franklin Delano alle prese con lo slow/alt.country di Like a Smoking Gun in Front of Me, nella veste sontuosa del trio femminile per più di metà. Era il 2005. Oggi, Vittoria Burattini (ex massimo Volume) ha preso la sua strada ed i Franklin Delano - sempre "capeggiati" dalle menti e dai cuori di Paolo Iocca e Marcella Riccardi - si sono fatti il vestito nuovo di piccolo collettivo; vestito che, dobbiamo dirlo, gli sta proprio bene. Ormai una specie di supergruppo (dal momento che tra i nuovi membri figurano anche i nomi di Father Murphy e Caboto), gli FD sono usciti per Ghost Records, poco meno di un mese fa, con la loro nuova fatica Come Home , da cui abbiamo scelto tre canzoni per il vs. gentile ascolto. Se amate la band, come noi, già dall'anno scorso, vi accorgerete in fretta che dal 2005 ad oggi sono cambiate molte cose. Tanto per essere sintetici: se prima i bravi FD vi facevano pensare ai Red Red Meat, la chances sono alte che adesso vi troverete a pensare ai primi Wilco. E pare che nel frattempo Vittoria Burattini sia anche tornata a far parte della band..

Redazione

Come Home

Album: Come Home
Label: Ghost records
Released: 2006

 

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