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ALTERNATIZINE
L’ultimo lavoro dei Franklin Delano prende le distanze dai precedenti dischi, più introspettivi e sperimentali, a favore di un folk-country melodico e sognante, in certi frangenti quasi “poppeggiante”.
Dopo un po’di tempo speso in tour in ogni angolo degli States e vari cambiamenti di formazione, Paolo Iocca e Marcella Riccardi hanno deciso di affidare la produzione del nuovo disco a Brian Deck (Modest Muse, Iron & Wine), tra Engine e Soma Studios a Chicago. I richiami sono proprio di quello stampo, così come gli eccellenti ospiti chiamati a dare il loro contributo: Jim Becker (Califone – banjo), Fred Lomberg-Holm (Flying Luttembachers – violoncello), Nick Broste (Wilco – trombone) e Josh Barman (Rob Mazurek – tromba), che assieme a Lucio Sagone (batteria), Marcello Petruzzi (basso), Vittorio Demarin (organo, piano, rhodes, viola) e Michele Sarti (percussioni, glockenspiel) creano un team di eccellente livello.
Si parte con “Come On”, pigra ballata folkish, con la soffice voce di Paolo Iocca che canta “ A mountain is a mountain”, accompagnata da banjo e glockenspiel, solenne apertura di un disco che riserverà insperate sorprese.
Nella successiva “Your Demons” viene esaltato il gran lavoro di Marcella Riccardi alle chitarre, unito al gusto estetico di Brian Deck, che è riuscito a rendere i suoni più “acidi” e più melodicamente semplici. “Eight Eyes”, la mia preferita, parte con arpeggi country e prosegue con le voci di Paolo e Marcella che si fondono insieme e ci guidano in un percorso malinconico, traballante e maledettamente affascinante.
Si continua a sognare con “Dead Racoon”, desert – blues coinvolgente ed ispirato e con “I Know my Way”, dove si alzano i ritmi, complice una sezione fiati orchestrata ed incalzante.
La successiva “I am a Cow” è l’animo soul del disco: sonnolenta, pigra, quasi irritante, ma di un fascino quasi imbarazzante. Le successive “Motel Room” e “Scalise” sono ispirate da una matrice marcatamente psichedelica: gli spazi si dilatano, gli occhi si chiudono e i neuroni si accavallano…buon viaggio! Infine, in “Night Train”, dove country e noise si incrociano senza fare a cazzotti, il ritmo si alza nuovamente e ci permette di imbracciare la nostra “air guitar” preferita.
I Franklin Delano hanno fatto un lavoro melodico ma non facilmente accessibile, soprattutto da un pubblico come quello italiano, con orecchie abituate a ben altre melodie. Come tutte le cose belle necessita di tempo per essere apprezzato appieno, e chi avrà pazienza sarà ricompensato in modo adeguato. Che sia il disco della maturità?
Massimiliano Locandro
BEAT
Il gruppo arrivato al terzo album ha sviluppato bene la propria filosofia musicale, riuscendo a ottenere un suono particolare e aspetto fondamentale che non stanca. Melodie indie per le linee vocali, suoni garage-rockn'roll per la chitarra che, a volume alto e come una seconda voce, se ne va un po per i fatti suoi, pur nella sua ritmicità. Suoni scarni che arrivano e centrano il bersaglio riuscendo a creare unidea vaga sul tuttuno, sufficiente a far venir voglia di ripetere e ripetere lascolto. E questa è una gran cosa, perché quando ci si mette un po a conoscere un disco è un po come un investimento nella sua più duratura fruizione futura; di qualità, intrigante ma non immediato.
Paola Andreoni
COOL CLUB
Passaporto italiano ma piedi in America per i Franklin Delano. Questo nuovo album Come home (il terzo) hai in sé lo spirito della band e ne registra la crescita il cambiamento. Cambiamento nella formazione con luscita della batterista Vittoria Burattini ma anche nellapproccio alla forma canzone che sembra cambiare marcia prendendo uno svincolo in direzione del pop. Per questo album Fabio Iocca e Marcella Riccardi hanno fatto proprio le cose per bene. Brian Deck (già produttore dei Modest Mouse) ai comandi, Chicago sullo sfondo e in studio gente del calibro di Nick Broste dei Wilco e Jim Becker dei Califone sono la cornice di un disco notevole. Sono cresciuti i Franklin Delano, hanno ampliato orizzonti musicali riuscendo a tenere tutto insieme senza perdere niente ma acquistando semmai. Ed ecco che rispetto al passato è la melodia a tenere legati insieme lalt country, il soul (ascoltate i fiati su IKnow my way), il rock and roll malato (Motel Room), coretti, noise, psichedelia. I bolognesi Franklin Delano si confermano una delle realtà indie più interessanti in Italia, e non solo.
Osvaldo
DIRADIO
Il gruppo dell'ex Massimo Volume Marcella Riccardi e di Paolo Iocca, ci aveva (ben) abituato con un post rock maturo e denso. Ora, con questo nuovo lavoro, sembra
intraprendere una nuova strada, quasi a volersi cimentare
con un difficile pproccio a quelle che sono le
radici "nere" della musica che tutti amiamo. Quindi soul e
blues, nell'accezione malata che ne può dare un gruppo
cresciuto nell'eterodossa scena indie. E' un percorso che
ricorre ormai sistematicamente; quasi un processo edipico
al contrario.
Anche gli ospiti, illustri, presenti ci danno il segno che
questo è un disco di passaggio:Da una parte Fred Longberg-Holm (Flying Luttenbachers) a dare un segno di continuità.
Ma anche Jim Becker (Califone) e Nick Broste (Wilco) a
testimoniare il nuovo approccio "roots".
Tutto lascia intendere che il giudizio su questa nuova
fase dovrà essere rimandato alle prossime uscite che
faranno capire in maniera più definita quale e di che
spessore sarà l'approdo di Franklin Delano. Nel frattempo
noi possiamo goderci questo cd che in ogni caso testimonia
il valore indiscusso di questi ragazzi.
Per Diradio: Luciano Marcolin
FREAKOUT
Hanno trovato la loro dimensione i Franklin Delano? Forse sì, forse no. In un certo senso speriamo di no e che continuino ad essere flessibili. Con questo terzo lavoro l'ex trio bolognese, diventato un combo allargato ad un totale di sei elementi, continua a stupire per la sua mutevolezza. Cambiata anche etichetta discografica, ed approdati alla Ghost, per "Come home" Paolo Iocca e soci hanno mantenuto lo stesso produttore, Brian Deck, mentre la registrazione è avvenuta a Chicago. A questo punto cosa aspettarsi dai FD? Delle sperimentazioni che hanno caratterizzato l'intrigante precedente "Like a smoking in front of me" rimangono soltanto alcuni echi, dato che i nostri hanno preferito adagiarsi su un rock di matrice profondamente Usa. Nelle undici tracce di "Come home" a prevalere è la ballata, seppur con diverse variabili, a partire dal quel soul, arricchito dai fiati rhythm'n'blues di "Scalise" e "I know my way". L'intensità raggiunge i massimi livelli con la ballata che ha un sapore misto tra Byrds e Neil Young di "I am a cow". Diversi sono gli ospiti presenti che contribuiscono in maniera estremamente positiva alla rendita del suono, tra questi spicca il banjo di Jim Becker dei Califone sulla title-track, soffice e piacevolissima ballata. Qua e là si percepiscono lontani richiami ai Beatles dell'ultimo periodo e più malinconici ("Your demons", "Dead racoon"). Se la registrazione è avvenuta a Chicago diventa giustamente obbligatorio un omaggio al blues, ovviamente riletto a modo loro, ecco quindi una "Night train" che ha un piglio rock-blues, ma le chitarre non sono pulitissime. "No man's land", posta non a caso in conclusione, con le sue sperimentazioni e i suoi loops, sui quali si intersecano chitarre flebili, è il trait d'union tra i FD dell'anno scorso e (forse) la prossima avventura dei bolognesi. Staremo a vedere, in ogni caso per il momento metabolizziamo e godiamoci "Come home", per il sottoscritto, tra i primi cinque Cd italiani migliori usciti finora.
Vittorio Lannutti
HATE TV
Molti ricorderanno un capolavoro cinematografico del grande Jarmush
uscito qualche anno fa che si intitolava Dead man, un western atipico, una lunga
cavalcata psichedelica nei meandri di una mente e di un pensiero,una visione lunga
2 ore che rimescolava continuamente stili e generi, un protagonista di nome Blake
e il suo compagno di delirio, un indiano di nessun nome, che vagano nella terra
delle opportunità incontrando loschi individui e con dei cacciatori di
teste alle calcagna.
Un film che non può essere definito in nessun modo, alcuni provandoci lo
hanno definito un mattone degno del titanic, altri un sogno che purtroppo finisce
ma tutti ne hanno sottolineato latipicità del genere e la particolarità
della sua ricerca di solitudine tra gli scaffali degli stili.
Adesso non voglio affermare che Come Home è quel capolavoro pronto a dividere
gli amanti della musica italiana, ma sottolineare il fatto che il lavoro della
band, nata 4 anni fa e con alle spalle 2 dischi, non è materia facile da
recensire, di carne cè né tanta e anche al sangue.
Spesso i paesaggi musicali dei Franklin Delano ricordano in qualche modo la lisergica
visione del Blake/Depp e basta soltanto scorrere con gli occhi la tracklist per
accorgersi già dai titoli la materia trattata.
La title track in questo senso è emblematica dellintero album: ci
mette un po per carburare, ma quando arriva lora del meritato ritornello
decide di farla finita e ci degna di una fine troppo prematura e prolungata.
Rinchiuderli nello steccato nel nu country o del modern folk sarebbe stupido e
riduttivo, perché la forza dei Franklin Delano è la mistura di idee
country con la leggerezza pop, la ruvida energia del folk con la bellezza di certe
ballate elettriche, il tutto amalgamato con la leggerezza di buone liriche.
Come Home è stato integralmente registrato a Chicago da Brian Deck e si
avvale anche della collaborazione di numerosi ospiti tra i quali: Jim Becker dei
Califone al banjo, Fred Lomberg-Holm dei Flying Luttembachers al violoncello,
Nick Broste dei Wilco al trombone,un motivo in più per avvicinarsi allestetica
dei Franklin Delano con più decisione.
Yoko
INDIE FOR BUNNIES
Vi svegliate con le cuffie che bollono sulle orecchie, un odioso sapore di spuma marina in bocca e una decina di scimmie spaziali che vi guardano in modo alquanto interrogativo. Qualcuno sta sfasciando sulle rocce bollenti lultimo esemplare di Stradivari e voi cominciate a sudare sangue dalla fronte. Nel vostro cervello cè laridità del gran Canyon e nel lettore portatile un barlume perenne. Stavolta sono i Franklin Delano. Buone vibrazioni da una canzone come Your Demons; cresce dentro di te una voglia di prendere dal mondo le cose belle e fregartene di tutti gli altri casini. Un blues estremamente figlio dei fiori in alcune parti; una coda sonora corale e colorata: infarcita di piano elettrico, organo, viola. Una marcia instancabile, dinamica, sudata. Cè del pop. Cè molto folk contaminato in un modo che qui nello specifico viene chiamato treatment. Cè una buona ricerca delle melodie più interessanti. Purtroppo in un paio di episodi cè anche il banjo (mio Dio ma perché mai esiste il banjo?). Psichedelia che bussa forte a volte. Psichedelia che si presenta sotto le mentite spoglie di una cappuccetto rosso qualsiasi. Salve! Sono una tranquilla canzoncina altalenante con le trecce e poi tira fuori le distorsioni quando meno te lo aspetti (Eight Eyes). Registrato a Chicago, questo disco cerca con cura un punto preciso contro cui sfogare tutte le sue varie ambientazioni sonore (lavevo già accennato al fatto che ci sono anche gli strumenti a fiato tendenzialmente gioiosi, orchestrali e pseudo celebrativi?). Anche la più semplice delle ballate ha nella spina dorsale un effetto della chitarra, un retrogusto sperimentale nellaria, che la rende altro. Questo potrebbe rappresentare il maggior pregio e allo stesso tempo il maggior difetto di una produzione difficilmente classificabile entro schemi-nomi precisi e definitivi. Bravi ragazzi!
Giov
INDISSOLVENZA BLOGSPOT
Quando si parla dei Franklin Delano si finisce sempre per tirare
fuori le stesse cose:
l'america, Brian Deck e le miriadi di influenze vere o presunte (molto spesso
insensate).
Quello che non si dice mai è che i Franklin Delano una loro personalità
ce l'hanno eccome.
Un suono riconoscibile e loro, seppur non originale, che li rendi diversi da tutte
le altre band italiane su piazza.
Con il disco precedente, "Like a Smoking Gun in Front Of Me", avevano
fatto comprendere il loro enorme talente nel creare atmosfere, ora scrivono anche
bellissime canzoni.
Tienamoceli stretti (e perdonatemi il finale stile pagella di Ziliani a Controcampo).
KALPORZ
E in Italia abbiamo i Franklin Delano, lo dico con una punta d'orgoglio e una di rammarico. Abbastanza ovvie le ragioni, siamo connazionali di un gruppo di primissimo livello ma purtroppo non se ne accorge nessuno e nei patri territori ancora suonano davanti a quattro poveri gatti che si sbattono per vedere cosa di nuovo sono riusciti a fare. Vabbè. Lo sanno bene negli Stati Uniti, dove Paolo Iocca e Marcella Riccardi sono ormai soliti recarsi per registrare la loro monumentale musica rock. Chicago, per l'esattezza, città di quel Jeff Tweedy vera guida spirituale di "Come Home", primo album su Ghost Records e terzo in totale che sembra quasi chiudere un ciclo. Dopo le prove post-folk di "All My Senses Are Senseless Today" e le sperimentazioni slow-core di "Like A Smoking Gun In Front Of Me" arriva la perfetta quadratura del cerchio, un pop americano dai confini rarefatti da nascite di fantasmi e psichedelie urbane. Gli spettri di Spoon River incontrano lo zio Tom sulla Highway 61 e vanno assieme a Gram Parsons ad un concerto dei Wilco in una metropolitana infestata di spacciatori di eroina. Ecco "Come Home", l'opera più matura e più affascinante del più sottovalutato dei gruppi italiani. Dirige Brian Deck agli Studi Soma di John McIntire e questa volta sarebbe davvero un crimine assoluto mancare all'appuntamento. Non tanto per partigianeria, quanto per la bellezza di canzoni - su tutte "I Know My Way", "Your Demons" e "Motel Room" - che pochi sanno scrivere. Insomma, d'Italiano qui c'è ben poco e Paolo Iocca dovrebbe smettere di vivere tra Bologna e Chicago in favore di quest'ultima. Tanto qui il folk-rock che si mescola al country e alla psichedelia interessa solo a me e un altro paio di critici musicali che ancora si intestardiscono per far conoscere in giro i Flying Burrito Brothers. Con canzoni di questo taglio può essere in grado di battere qualunque scettismo yankee nei confronti di un figlio della Pizza Margherita che gli dice come si fa folk nel nuovo millennio.
Hamilton Santià
KATAWEB MUSICA
I Franklin Delano di Paolo Jocca erano attesi al varco della seconda opera con un certo interesse dopo un primo excursus discografico - Like A Smoking Gun In Front Of Me, pubblicato un anno fa, lo precedeva un demotape autoprodotto - in territori prossimi all'alternative country, con certe tinte acide e desertiche a stabilire il tono.
Oggi tornano da Chicago con in tasca un album che porta ancora una volta la firma di Brian Deck dei Modest Mouse, promosso al banco di regia e non più semplice responsabile del missaggio. Il coinvolgimento nel disco di componenti di spicco della scena cittadina, come Jim Becker dei Califone e il violoncellista Fred Lonberg-Holm, rivela un nucleo inequivocabilmente pop.
Sono sempre in evidenza certe atmosfere, ma il fulcro è spostato sull'immediatezza dei brani (su tutti citiamo I Know My Way, formidabile sarabanda di chitarre e fiati che vira verso lidi psichedelici). Come dire: certi riferimenti sono più attitudine che canone prestabilito. E nei fatti è così, nonostante qualche momento dispersivo: una più che credibile scheggia di rock italico capitata sul corpo dell'America, fedele agli usi dei locali ma con una personalità di spicco.
Alessandro Besselva Averame
KEEP ON
I Franklin Delano sono uno dei pochi gruppi in Italia a godere del rispetto e dell’interesse da parte dei grandi dell’indie mondiale. Basta spulciare l’elenco degli ospiti presenti all’interno di questo piccolo gioiello che è Come Home:
Brian Deck (Modest Mouse, Iron & Wine) produttore dell’album,
Jim Becker (Califone),
Nick Broste (Wilco).
Già questi nomi rendono l’idea delle atmosfere contenute nel disco: pura America di provincia.
Country, folk, blues, soul suonati con attitudine indie e psichedelica. Con risultati straordinari! Vale da sola la title-track a chiarire il concetto con quel suo country lunatico e deviato.
Le campagnole Eight Eyes, I Know My Way (una festa tutta fiati, soul e rhythm and blues trasfigurato!), I Am A Cow accentuano ancora di più il discorso e si ha davvero la sensazione di essere catapultati in uno qualsiasi dei paesaggi dell’America rurale cantata dai grandi e inseguita nei sogni da milioni di persone.
Rispetto al passato con questo nuovo disco i Franklin Delano accentuano dunque la dimensione roots della loro musica lasciando tracce delle loro classiche folate noise-psichedeliche nello space post-punk della bellissima Motel Room, nell’incredibile finale di Your Demons e nel dolcissimo e desolato blues di No Man’s Land.
Il tutto con un ispirazione e una classe che i cambi di formazione avvenuti non hanno minimamente intaccato.
Un disco che farà la gioia di tutti gli amanti del vero e puro indie-folk. Una straordinaria conferma. Gli americani se ne sono già accorti....
noi dobbiamo ancora far finta di niente?
Grandissimi!
Danny Ramone
KRONIC
Evitiamo i discorsi basati su termini come svolta o passaggio. I Franklin
Delano sono sullo stesso treno di ieri e percorrono le medesime praterie. Solo
a velocità maggiore. Perché, dopo due esami passati a pieni voti,
si può anche pensare di accelerare un po' senza perdere nulla in tenuta.
Magari facendo salire qualche nuovo passeggero (Lucio Sagone, Marcello Petruzzi,
Michele Sarti, Vittorio Demarin) e salutare chi (nel caso Vittoria Burattini)
il biglietto l'aveva pagato, e senza parsimonia, in passato.
Così arriva "Come Home" e strabuzzi gli occhi dalle orbite per
un'impostazione pop talmente convincente da farti dimenticare, per un nanosecondo,
con chi hai a che fare. Ma gli attimi passano, il treno accelera e senti che i
Franklin Delano sono sempre loro: meno slow core nell'apparenza, restii al magma
recente di trip psichedelici e drones immersi in se stessi, senza per questo,
tuttavia, rifiutare un approccio comunque sperimentale nell'attitudine e deragliante
in chitarre guerriere per mondi irreali (la doppietta "Eight Eyes" /
"Dead Racoon").
Il viaggio allora consente di ammirare gli stessi paesaggi americani visti in
precedenza. E' l'ottica ad essere nuova, perché maggiormente strutturata
e diversificata, consapevole negli istanti accessibili (il country-pop della title
track, la maliziosa persuasione di"Your Demons") e lancinante quando
a essere messa in gioco è l'anima di una tradizione ("I Am A Cow")
sempre portata ad evolversi ("No Man's Land").
Il contributo degli ospiti - Jim Becker (Califone), Fred Lonberg-Holm (Flying
Luttenbachers), Nick Broste (Wilco) e l'immancabile Brian Deck- risulta importante,
tuttavia è la sicurezza dei nostri a strappare l'ultimo applauso di giornata.
Si scende dal treno, sapendo che la scommessa di qualche anno fa è stata
vinta. Ed alla grande.
Marco Delsoldato
LA STAMPA WEB
Lavoro di cesello per la band di Paolo Iocca. Un disco tutto da scoprire questo Come home, terza fatica dei Franklin Delano, formazione nata in quel di Bologna, è che ha saputo inserirsi nel panorama musicale già a partire dal 2004, con lalbum All my sense are senseless today. Undici brani cristallini ma allo stesso tempo articolati. Dove la sperimentazione non diventa un peso ma motivo di leggerezza.
Federico Genta
LIFT
Con il terzo album i Franklin Delano tornano a casa. Non nella Bologna che
pure ha dato loro i natali, bensì negli amati States, luogo del cuore e
dell'anima e al tempo stesso sede delle registrazioni di "COME HOME"
A suggellare questa join venture tra Usa e Italia, vengono chiamati a raccolta
l'immancabile Brian Deck già in consolle con il precedente "LIKE
A SMOKING GUN IN FRONT OF ME" , Nick Broste dei Wilco, Jim Becker dei
Califone, Fred LombergHolm dei Flying Luttembachers, Josh Berman e gli italianissimi
Vittorio Demarin (Father Murphy e Gomma Workshop) e Michele Sarti. Corpi orbitanti
attorno a una formazione dalla line up instabile tra i nuovi arrivi anche
Marcello Petruzzi dei Caboto e Lucio Sagone dei Ronin - che con la loro presenza
sottolineano indirettamente la ricchezza strumentale sottesa al disco in oggetto.
Ed è proprio questa, forse, la chiave di lettura per "COME HOME",
un'opera che grazie alla vena inaspettatamente pop e ad aggettivi sparsi che cesellano
le melodie senza soffocarle, si allontana dai toni dimessi dell'episodio precedente
per abbracciare in toto il fascino discreto del particolare. Come nella title
track e in Eight Eyes, in cui emergono ritmiche country e backing vocals buoni
per incorniciare melodie stordite e rapprese; in Your Demons dove si scopre sotto
la superficie apparentemente controllata, un ribollire insano di chitarre elettriche
e archi; in Dead Racoon, nel cui assolo di chitarra si riconoscono i Wilco di
Hell Is Chrome; in I Know My Way dove si procede spediti tra ottoni e intermezzi
strumentali acidi; in No Man's Land da cui nascono aperture musicali quasi pinkfloydiane.
Spaccati sonori articolati, incedere fluente e al tempo stesso ricercato, racchiusi
in un disco legato alla tradizione ma nel medesimo istante attratto dalla contaminazione.
Un disco dei Franklin Delano insomma, che a dispetto della passioni dei singoli
mantiene per nostra fortuna passaporto italiano.
Fabrizio Zampighi
LIVEROCK
Siamo piacevolmente stupiti dall'ultimo lavoro dei Franklin Delano.
Come stupiti eravamo stati al loro esordio e ancora un paio di anni fa, all' uscita di Like A Smoking Gun In Front Of Me: un album, quello, per certi versi di avanguardia, introspettivo e sperimentale. Si tratta di un gruppo con radici a Napoli, Bologna, e uno so chiede come sia possibile quel songwriting, quella assenza di ismi, (latin- cantatuorial-) tipici delle nostre ammiccanti latitudini. Qui è Brian Deck (Modest Mouse, Iron & Wine) a produrre l'album agli Engine Music Studios di Chicago. E i richiami sono di quello stampo, così come gli illustrissimi ospiti: Jim Becker (Califone), Fred Lonberg-Holm (Flying Luttenbachers), Nick Broste (Wilco), Josh Berman (Exploding Star Orchestra).
Quello che stupisce è la nuova vena, melodica e armoniosa, che attraversa 'Come Home': il viaggio sulle strade interstatali, ha attraversato la notte, ha percorso i deserti e passato i motel di qualche nameless town, e adesso c'è il sole, una destinazione raggiunta, un luogo ritrovato. Questo il viaggio, nella sua fase di approdo. I brani si fanno corali (Eight Eyes), si arricchiscono di fiati orchestrati (I Know my way), danno l'impressione di essere presi in diretta, poi si fanno sospesi e divagano psichedelici fra alt-country, noisy, roots, rock e folk (Night Train, canzone manifesto di tutto l'album), mentre il songwriting e la voce di Paolo regalano gemme preziose (I am a cow / Waiting to die / Here is your burger, sir / Here are the fries e ancora You love Jesus but Jesus loves me / I'm so sorry but that's how it is).
I Franklin Delano continueranno a viaggiare, un tour negli Stati Uniti e uno in Italia. La Bolognina e Chicago. Possiamo azzardare un "ci piacerebbe sentirli cantare in italiano", perché hanno un contributo da dare a tutti quanti. Ma chi ci crede a questa burla. Non c'è pericolo di vederli spuntare a fianco di Paolo Meneguzzi al Festivalbar.
L'importante è la strada, e il coraggio di andare.
Michele Piunti
LOSING TODAY
Ad ascoltare l'incipit del nuovo (terzo) disco dei Franklin Delano, si ha
quasi l'impressione di trovarsi di fronte a uno di quei gruppi di indie rock americano
che ultimamente vanno spesso alla (ri)scoperta delle loro origini.
Alt.country? Solo in apparenza, visto che nel proseguio la questione si complica,
altre influenze si aggiungono, e il disco diventa una riuscita miscela di gusti,
sapori e tensioni emotive.
"Come Home" è spesso un disco giocato su contrasti nei quali
a chitarre dissonanti dall'incedere sbilenco è assegnato il compito di
interrompere uno scenario rassicurante disegnato da un duetto
di basso e banjo (la title track di apertura), o da indie-song dal sapore pop
(Your Demons) o più apertamente folk (Eight Eyes).
Contrasti dove a brani che riecheggiano una psichedelia southern (Dead Racoon)
si alternano pezzi in cui pianoforte e fiati tessono una luminosa trama soul (I
know my way).
A una ballata di matrice sixties (Motel Room) è affiancato un tiratissimo
brano (Night Train) di 'rock sudista'; a un lento folk a base di viola e banjo
(Unaware) segue un pezzo dalle ascendenze
paisley undergound (Scalise). In chiusura, una malinconica lisergica dal sottofondo
rumoristico
(No Man's Land).
La produzione di Brian Deck (Modest Mouse, Califone, Iron & Wine) dà
struttura e solidità, le numerose partecipazioni di componenti, tra gli
altri di Wilco e Flying Luttenbachers arricchiscono un disco che sarà arduo
scalzare dal lettore.
Marcello Berlich
MESCALINA
Come afferma il titolo di questo loro ultimo disco, i Franklin Delano sono
tornati a casa. Ma non per fare un disco allitaliana. Né tantomeno
per farlo allamericana.
Piuttosto sono tornati in quella terra di mezzo che ci avevano fatto conoscere
coi due precedenti e che è sempre più loro ad ogni album che fanno.
Del ritorno a casa Come home porta con sé soprattutto il senso
di sollievo, anche di leggerezza, che si prova quando ci si riconosce in qualcosa,
quando si realizza di appartenere ad un territorio in cui identificarsi, anche
se ignorato dai più.
Lo abbiamo già detto e lo ribadiscono anche loro nellultima traccia
No mans land: quella dei Franklin Delano è una terra
di nessuno. In cui cè chi va e cè chi viene: sono arrivati
Lucio Sagone (batteria), Marcello Petruzzi (basso), Vittorio Demarin (organo,
piano, rhodes, viola, cori) e Michele Sarti (percussioni, glockenspiel, cori);
sono partiti Stefano Piola e Vittoria Burattini, questultima a quanto pare
rientrata da poco in formazione. La bussola del gruppo è comunque sempre
in mano a Paolo Iocca e Marcella Riccardi: a loro anche stavolta si sono aggiunti
alcuni stranieri come Jim Becker (Califone - banjo), Fred Lomberg-Holm
(Flying Luttembachers - violoncello), Nick Broste (Wilco - trombone) e Josh Berman
(Rob Mazurek - tromba).
Già questo andarivieni di presenze e di strumenti dà lidea
di un disco più vario e colorato del precedente. Va poi aggiunto che lalbum
è stato prodotto interamente da Brian Deck a Chicago che ha contribuito
al maggior scorrimento di suoni ed arrangiamenti: le canzoni infatti si muovono
più agili, quasi che gli autori fossero divenuti più familiari col
terreno che si trovano sotto i piedi.
Se in Like a smoking gun in front of me la scelta era stata per un
andamento sconnesso in cui folk e country affrontavano con circospezione parti
sperimentali, qua la ricerca si è fatta più spedita pur mantenendo
di fondo quel livore e quelle deviazioni che sono prerogative del progetto: ne
è prova il fatto che i primi sei pezzi in scaletta spuntano dal suolo con
la consueta fertilità ma anche con unimmediatezza che prima era rimasta
nascosta, dalla ballata minuta della title-track al country che giunge al culmine
tra le pieghe ironiche amare di I am a cow. In mezzo ci stanno rimandi
agli Wilco in Your demons e Eight eyes che di loro tra
laltro contengono deragliamenti elettrici e intarsi praticati con mano esperta
ripetuti nel rock (di)storto di Dead racoon e nel country brioso di
I know my way, contagiato da fiati quanto mai r&b.
Tra colpi di folk alternativo e qualche giro di country alterato i Franklin Delano
ci riportano nella loro indefinita proprietà. Il passo è da fuorilegge,
ma stavolta è meno faticoso e a tratti si va anche a spasso: un ulteriore
invito per chi ancora non è stato dalle parti di questa No mans
land.
Christian Zerzeletti
MUSICBOOM
To the USA and back. Ed i segni del viaggio ai Franklin Delano sono rimasti tutti addosso. Segnati sulla pelle e su un sound che di stelle e di strisce ne annoverava già parecchie - in tal senso la tournee consumatasi negli Stati Uniti è stata nient'altro che un perfetto coronamento - ma che qui, nell'ultimo Come Home, coniuga particolari ed interseca percorsi non soltanto ideali.
E se per il precedente Like A Smoking Gun In Front Of Me si erano sprecati termini quali desert-rock, appare evidente come in quest'ultima fatica di studio si sia affiancata alle precedenti peculiarità - che pure resistono come indispensabile marchio di fabbrica - una matrice più prettamente rock.
Ed è per questo che il "ritorno a casa" del titolo è anche percepibile in ritmiche più robuste, in progressioni più accentuate, in passaggi e soluzioni più dirette e contenute. Il risultato fa volgere il pollice verso l'alto per l'immediatezza con cui Come Home raggiunge l'ascoltatore ma anche per i dettagli ed i deliziosi particolari che si scoprono con il tempo e che regalano convincente longevità al disco.
Autunnale come i precedenti, ma meno umbratili le sue atmosfere - alcune aperture di fiati sembrano lasciar trasparire una serenità di fondo maggiormente spiccata e presente rispetto ai lavori precedenti - a tratti altrettanto malinconico ma meno disilluso e più pronto a ripartenze ritmate che a circolarità reiterate.
Tutto ciò detto, è lecito pensare che il ritorno a casa sia solo un passaggio di un cammino ben più lungo. Alcuni viandanti amano il focolare, ma l'appeal ed il richiamo di certe strade polverose è impossibile da ignorare.
Luca D'Alessandro
Album: Come Home
Label: Ghost records
Released: 2006