PRESS - ITALY - Music Magazines
BLOW UP MAGAZINE
n° 81 - FEB 05
Cìè un inciso che più di altri inchioda Il mondo- Dèlano:
"And if you taste the earth below / and if you chew that blade of grass /
and if you lick that dust on the floor / you'll find they taste like my skin"
(da Please Remember Me). La rilassata pigrizia vocale di Paolo Iocca dice che
la distesa a perdifiato non è pacificata come altre campagne, ma serba
stille noir e inquietudine mai risolta: è musica degli elementi, interazioni
di faville nell'aria. E se altrove la materia folk continua a perseguire una strada
fin troppo battuta, statica, il combo italiano ne offre un'interpretazione tanto
contaminata quanto maiuscola.
Accostati fin dai princìpi ai Califone, i bolognesi hanno finito col post-produrre
questo esame di maturità nella Chicago delle loro influenze, coinvolgendo
Tim Rutili e altri session men sotto il missaggio scrupoloso di Brian Deck (già
dietro i solchi di Modest Mouse e Iron&Wine). Ne è uscito un lavoro
che ha dello stuporoso, se si considera calato nuovamente nella scena italiana.
C'è da sentirsi infatti disorientati a promuoverlo come tricolore non riconoscendolo
tale, ascrivendogli ad esempio la storicamente sottovalutata alta qualità
di musicisti connazionali - le due first ladies Marcella Riccardi e Vittoria Burattini
hanno condiviso l'esperienza Massimo Volume, Stefano Pilia è un eccellente
polistrumentista già molto apprezzato in queste pagine (3/4 Had Been Eliminated,
l'album solista recensito nel numero scorso). È quindi comprensibile che
ci siano arrivati prima gli americani, per esempio quei maestosi Okkervil River
dei quali possono essere considerati risposta e che hanno avuto di che strabiliarsi
durante il comune tour precedente. Il mantra finale di All Your Body Broken Clues,
virato noise, sta a uno degli opposti; il vicolo cieco di Call It A Day all'altro
capo. Tanto il primo apre, quanto il secondo risolve la possibilità in
claustrofobia. In mezzo, la magia
Handle with (slow) care. E con smodato
piacere. (8)
Enrico Veronese
IL MUCCHIO SELVAGGIO MAGAZINE
n° 607 - FEB 05
Altro prodotto autoctono che può aspirare a una visibilità ben superiore a quella ottenibile entro i nostri confini, il secondo cd dei Franklin Delano conferma come la band bolognese punti il suo sguardo oltreoceano, mostrando inoltre con chiarezza l'evoluzione stilistica verificatasi dai tempi dell'esordio All My Senses Are Senseless Today del 2003 (in realtà un demo, poi pubblicato ufficialmente dalla Zahr). Forte dell'incisione avvenuta nei rinomati studi Homesleep, del mixaggio curato da Brian Deck in quel di Chicago e dalla presenza di altri membri dei Califone, l'album - frutto di una cooperazione tra la Madcap e la File Thirteen, etichetta sempre di Chicago - allinea dieci episodi che amalgamano in dosi diverse indie-rock classico (quello "alla Pavement", per meglio capirci) e folk visionario, non trascurando aperture verso il post-rock più evocativo e, a tratti, leggermente noisy. Ancora una volta, l'orecchio più (o meno) allenato non faticherà a cogliere influenze rilevanti, ma questo rientra nell'ordine naturale delle cose e non può dunque essere censurato; non naturali, e quindi piuttosto sorprendenti, sono invece l'intensità e la raffinatezza di questi brani, che non sfigurerebbero nei repertori di gruppi ben più conosciuti appartenenti alla medesima area espressiva. Ulteriore nota di merito, infine, per una confezione (quasi) in grado di reggere il confronto estetico con la magia del vecchio e glorioso vinile, elegantissima a dispetto dell'apparente "povertà".
Federico Guglielmi
JAM MAGAZINE
n° 113 - MAR 05
Chi ama i Califone e gli Iron & Wine, apprezzerà questo secondo
lavoro dei Franklin Delano, collettivo bolognese nato dall'incontro di Paolo Iocca
(voce e chitarre) e l'ex Massimo Volume Marcella Riccardi (chitarre, lap steel
e mandolino). Lo scorso anno avevano dato alle stampe l'interessante All My Senses
Are Senseless Today, distribuito anche negli States, ma il nuovo cd, che vede
l'innesto di Vittoria Burattini (batteria) e Stefano Pilia (basso), rappresenta
un'ulteriore fase artistica.
Registrato presso gli Homesleep Studios di Bologna e prodotto da Brian Deck, il
disco è sospeso tra momenti schizofrenici fatti di prolungati feedback
dissonanti e deliziosi quadretti folk in cui abbondano arpeggi acustici e voci
duettanti che ricreano tanto atmosfere desertiche quanto quadri sognanti. Vale
dunque la pena ascoltarli con attenzione, apprezzarne ogni sfumatura, capirne
i testi mai banali soprattutto se visti in rapporto con i dilatati passaggi sonori
in cui la musica sostituisce le parole. Tra i brani migliori la dolce-amara Please
Remember Me, il post folk di Sounds Like Rain e Me And My Dreams sospesa tra atmosfere
intimiste e slanci noise.
Voto: 7
Perché: una band che se manterrà le promesse è candidata
come riferimento per la scena indie italiana.
Salvatore Esposito
LOSING TODAY MAGAZINE
Credo che questi Franklin Delano siano l'orgoglio della Madcap, è un
colpaccio mica da ridere avere tra le mani una band con dentro ben due ex Massimo
Volume, con il disco registrato agli Homesleep studios (minchia!!!) e con la partecipazione
di Brian Deck. Ora io non voglio certamente rovinare la festa dicendo che si tratta
di un brutto disco, questa, onestamente, sarebbe una bugia, però posso
affermare con ragionevole certezza che è un pochino palloso, dovete concedermelo
amici, dai che lo sapete anche voi (qua ci andrebbe quell'emoticon che fa l'occhiolino).
Senza farla troppo lunga si tratta di una onesta imitazione dei Velvet Underground
(rifatti alla maniera dei Galaxie 500) con un suono più blues e "malato",
velleità cosmiche, un pò di noise, country al rallentì, violini
struggenti e i due cantanti (maschio e femmina) che duettano, sfidandosi su chi
sia più romanticamente perverso o più malsanamente leggiadro. Una
band di sicuro successo insomma (mi gioco le mutande su questo).
Fanfarello
MUSIC CLUB
E se Califone deve essere, allora lasciamo che Califone sia! Almeno così ci togliamo subito il dente e non stiamo più a girare attorno al problema, che poi problema non è, visto che suonare folk statunitense (e non solo) e avere quale punto di riferimento i Califone non è che sia poi uno scandalo. Anche perché la formazione bolognese (giunta al secondo album, dopo l'esordio 'All My Senses Are Senseless Today' risalente al 2004) dimostra di riuscire ad andare oltre quello che è lo stilema tipico di Tim Rutili e soci (tra l'altro qui ospite assieme ai compagni Jim Becker e Ben Massarella). In certi frangenti si avvicinano al post rock al rallentatore, in altri momenti vanno a lambire una sorta di pop concettuale, altrove esplorano gli anfratti più rumorosi, pur senza mai calcare troppo la mano, ma rimanendo in un contesto più espressionistico. Il tutto (compreso un tocco vagamente psichedelico) esprimendosi sempre per mezzo di una scrittura ispirata ed emotiva.
Roberto Michieletto
ROCKERILLA MAGAZINE
n° 293 - GEN 05
I paragoni. Sembra sempre più difficile poterne prescindere. Figuriamoci
poi quando in ballo c'è una formazione italiana che tutto potrebbe suggerire
tranne che la propria nazionalità.
I Franklin Delano rischiano addirittura di soffocare sotto la valanga di nomi
e di sigle che s'è rovesciata loro addosso. Ciò che se da un canto
può rendere più intrigante l'ascolto dei loro lavori, dall'altro
finisce per rivelarsi imbarazzante, dal momento che tra le lusinghe di tutte quelle
citazioni potrebbe essere implicita la disperazione di non riuscire ad inquadrare
la loro musica. O peggio ancora, la negazione che le sofisticate manovre musicali
del quartetto bolognese scaturiscano da un disegno di una propria specificità.
Certo è che lavori come questo "Like A Smoking Gun In Front Of Me"
mostrano il volto più positivo della cultura della globalizzazione, la
sua capacità di mettere in circolo idee senza limitazioni di tempo e di
spazio, fino ad annullare i concetti stessi di centro e di periferia.
Diventa perciò impossibile insistere sui tasti della marginalità
e dell'arretratezza endemica del rock italiano alla luce dell'avvincente itinerario
tra post rock, folkedelia, ambient e noise che i Franklin Delano descrivono lungo
queste dieci nuove tracce. Alla realizzazione delle quali hanno concorso l'esperienza,
il gusto e il talento di autentici maîtres à penser del suono indipendente
italiano come Giacomo Fiorenza e Francesco Donadello dei Giardini Di Mirò,
e d'oltreoceano come Tim Rutili, Jim Becker e Ben Massarella dei Califone, ancor
prima che il tutto fosse sottoposto al vaglio di quel Brian Deck che ha curato
produzioni per Red Red Meat, Modest Mouse, Iron & Wine e Califone.
Per una volta, insomma, non servirà ricorrere all'importazione per divinare
quali scenari ci sta preparando il rock dei prossimi anni.
Elio Bussolino
RUMORE MAGAZINE
n° 157 - FEB 05
I Red Red Meat sono stati i Thin White Rope degli anni '90. Stessa voglia di andare a scavare dentro i tombini della tradizione americana e stessa impossibilità di combaciare coi tempi vissuti, tanto da non raccogliere quanto meritavano. Però entrambi hanno valicato anni e mode, tanto da rappresentare due fulgidi esempi di band di culto. I bolognesi Franklin Delano non c'entrano niente coi Thin White Rope. Ma coi Red Red Meat sì, dal momento che il loro suono nuota da qualche parte tra la ruralità blues e folk americana e le spinte post elaborate a Chicago. Per approfondire meglio il discorso, al secondo album, il gruppo di Paolo Iocca ha deciso di lavorare a stretto contatto con Brian Deck (ex Red Red Meat, oggi produttore), all'opera pure sull'imminente disco dei Settlefish. Una volta sentito Like A Smoking Gun viene da dire che: non poteva esserci scelta più felice. Il gruppo ha compiuto passi in avanti giganteschi. E flirta ora con un suono che padroneggia meglio di tante band americane. Sembra che i Franklin Delano convivano da sempre quella tradizione riveduta e corretta propria di gente come Will Oldham e Howe Gelb. Blues (Sounds Like Rain) e folk stralunato (Me And My Dreams) che parte proprio dalle intuizioni di band come Red Red Meat e Califone e che I gruppi del giro Perishable (Sin Ropas, Sinister Luck Ensemble, Orso) hanno poi portato avanti. Questo per quanto riguarda la scrittura: perché il bello del disco sta poi anche in quegli inserti di feedback (Matter Of Time) che un po' ovunque lo punteggiano, in cima e al fondo di ogni pezzo, lasciando fluttuare le melodie appena concluse o da cominciare. Un disco dove tutto suona maledettamente bene: dalla maturità con cui sono maneggiate le chitarre (pauroso il crescendo di All Your Body Broken Clues) all'inconfondibile stile batteristico di Vittoria Burattini, già nei Massimo Volume (Call It A Day). Ma soprattutto: un disco che trasuda urgenza. Che si porta appresso una quantità di dolore percepibile a ogni singolo tocco, ogni singolo riverbero.
Rossano Lo Mele
Album: Like A Smoking Gun In Front Of Me
Label: Madcap Collective/File-13
Released: 2005